Cultura coronavirus 22 maggio 2020

Il restauro ai tempi del Coronavirus

Cosa è successo in questi oltre due mesi di stop obbligato? Quali sono le ripercussioni della pandemia sul lavoro di ogni giorno? Lo abbiamo chiesto ad alcuni dei restauratori che collaborano con noi per Opera tua

L’emergenza Coronavirus ha toccato qualsiasi ambito della quotidianità, tra cui quello del restauro delle opere d’arte: le stesse attività di recupero dei dipinti, statue e altri manufatti legati al progetto Opera tua sono stati interrotti fin dall’inizio della pandemia nel nostro Paese. I restauratori dei beni culturali hanno ripreso le loro attività solo dal 4 maggio: con le riaperture decise dal Governo nella Fase 2, infatti, sono ricominciate anche le attività di restauro finalizzate alla conservazione di opere d'arte quali quadri, affreschi, sculture, mosaici, arazzi, beni archeologici.

Ma cosa è successo in questi oltre due mesi di stop obbligato? Quali sono le ripercussioni sul lavoro di ogni giorno? Lo abbiamo chiesto ad alcuni dei restauratori che collaborano con noi per il progetto.

Le aziende restauratrici, piccole e grandi, hanno avuto il via libera a ripartire: quali sono le regole da seguire, gli adeguamenti alle norme di distanziamento sociale, la messa in sicurezza dei locali, le difficoltà che intravedono in questa ripresa?

Ci risponde Daniela Pirro, Docente Restauratore Conservatore di Arte antica e contemporanea e che per noi si sta occupando del restauro della Pietà di Paolo De Maio: “Il distanziamento sociale si è rivelato un aspetto sicuramente familiare per un settore che da sempre fa uso dei dispositivi di protezione individuale e che richiede, spesso, aree di esecuzione tali da permettere la misura minima di sicurezza. Certo, è stato necessario rimodulare il Documento di valutazione dei rischi e adeguare la messa in sicurezza dei locali secondo le nuove disposizioni governative, ma l’aspetto più delicato resta la sanificazione degli ambienti con le esigenze di Tutela e Conservazione del Patrimonio Culturale. Se è vero che ci sono evidenze della disattivazione del virus mediante procedure di sanificazione che prevedono l’impiego di comuni disinfettanti quali l’ipoclorito di sodio (0,1 – 0,5 %), etanolo (62 – 71%) per un tempo di contatto adeguato, va precisato che l’ipoclorito di sodio e concentrazioni elevate di etanolo sanno risultare dannosi e deleteri sui manufatti artistici.

Aggiunge a questo ultimo proposito Belinda Giambra, intervenuta nel restauro del Pupo palermitano Orlando e della Sirena: “Il restauro è un lavoro d'equipe: è comunque proponibile un'attività individuale a discapito però dei tempi e dei costi del lavoro. La sanificazione è onerosa ed il tempo da dedicare alla pulizia quotidiana degli ambienti rallenta ulteriormente l'attività”

Come sono stati vissuti nel mondo del restauro questi mesi di emergenza? Dai dati emerge che quasi 4.000 imprese e tra i 10.000 ed i 12.000 addetti del settore sono stati del tutto impossibilitati a svolgere la loro delicata funzione di restauro dei Beni Culturali, che sono tra gli asset del Pil del turismo culturale con un peso del 33% sul totale del Pil dell’economia turistica italiana.

La Pirro esprime la forte preoccupazione di questo periodo: “Avevamo bisogno di effettuare almeno i controlli periodici sulle opere, chiuse nei nostri atelier di restauro, senza una vigilanza adeguata. Il silenzio istituzionale nei riguardi del restauro ci ha posti in un limbo dai perimetri non definiti, tanto che noi restauratori e conservatori abbiamo dovuto prendere decisioni in modo isolato, assumendoci la responsabilità delle nostre azioni e avvertendo, talvolta, un senso di abbandono scoraggiante”

Luca Pantone, della Pantone Restauri di Roma, che si è occupata del dipinto di “San Francesco riceve le stimmate” presso Palazzo D’Accursio a Bologna, ci racconta anche le difficoltà del settore dal punto di vista economico: “Le imprese con dipendenti, dopo aver fatto consumare alcune ferie e permessi, così come richiesto dal Governo, ha inserito questi ultimi in cassa integrazione in deroga. Ad oggi tale ammortizzatore statale non è stato ancora erogato”

È stata una occasione mancata per chi lavora in loco invece per Valentina Scuccato, da poco alle prese con il restauro del Ritratto della famiglia Antonio Busetto Petich: “Poteva essere una situazione favorevole per lavorare con le chiese e i musei vuoti e mantenere più facilmente le distanze di sicurezza. Molti altri invece hanno potuto continuare il lavoro in solitudine nei propri laboratori presso la propria abitazione”.

Come sarà post epidemia il lavoro del restauratore? Come cambierà, se cambierà? È una opportunità o uno svantaggio?

Daniela Pirro riflette con noi: “Il restauro, sostantivo ormai familiare e comune nel lessico del cittadino medio, è stato uno dei grandi assenti nei decreti che sancivano le chiusure dell’attività a inizio pandemia, e restava inizialmente un fantasma nelle prospettive di riapertura del 4 maggio scorso. Questo è un dato che dovrebbe far riflettere. Sembra che la professione restauro non venga percepita nella sua essenza reale, resta qualcosa di lontano, che riguarda solo pochi soggetti, spesso assimilato a un fenomeno pseudo artistico, carico di fascino, certo, ma poco compreso”

È possibile una evoluzione tecnologica e digitale del lavoro del restauratore? O è solo una cosa da film di fantascienza?

È una possibilità molto interessante per Belinda Giambra: “La gestione burocratica di mercato è stata, ed è ancora oggi, risolta a distanza. I mezzi di restituzione visiva sono stati un sostegno alla mancata attività. Anche il controllo ambientale e il monitoraggio possono essere sostenuti dai database a distanza. Forse si potrebbe lavorare con nuovi propositi e ampie prospettive”

Anche Elisabetta Ghittino della Lares di Venezia, restauratrice del gruppo scultoreo della Pietà del Battistero della Basilica di San Marco, è entusiasta della opportunità di sperimentare su tecnologie ecocompatibili, mentre Luca Pantone ci parla di qualcosa di ancora più futuristico: “Nella documentazione 3d, nelle indagini diagnostiche, nell’uso del laser, nella nanotecnologia di materiali innovativi si stanno facendo passi da gigante, penso pertanto che l’evoluzione tecnologica sia indispensabile e debba crescere per la conservazione e il restauro del nostro patrimonio artistico”.

Frena invece su questa prospettiva Daniela Pirro: “Il restauro e la conservazione, pur venendo declinati anche in termini tecnologici, digitali e post-umani, resta una disciplina quanto mai fisica e materiale che presuppone il contatto con l’opera d’arte. Lo stesso Brandi poneva alla base del restauro il riconoscimento materico del bene per poter poi concretizzare l’atto stesso del restauro, definito – appunto - “intervento”. Certo, in questi tempi (surreali) di pandemia, un’esperienza sensoriale diventa qualcosa da stigmatizzare e temere, eppure il restauro resta, prima di tutto, ripristino materico, quindi tattile, ottico, olfattivo (anche) del manufatto, proprio perché fatto a mano, realizzato concretamente dall’autore e consegnato dal tempo a noi, affinché tale materia venga fruita, conservata e destinata ai posteri. Le simulazioni, gli ologrammi, i render, il 3 D e tutto quello che la tecnologia oggi offre, sono sicuramente un valido strumento che fa da complemento al restauro del bene, ma la materia, la sua consistenza, il suo tempo-vita restano impressi in filigrana sull’entità fisica vera e propria del manufatto, crisalide di vicende, di trascorsi, di storia”

 

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