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Cultura Giovani territori 12 febbraio 2020

Opera tua: il restauro è donna

Sono femminili le mani che restaurano la maggior parte delle opere del Belpaese: scopriamo di più con le restauratrici di Opera tua

Tra le loro mani sono passate pale d’altare del Settecento, tavole rinascimentali, affreschi, dipinti lignei, sculture e antichissimi manuscritti. Sono i restauratori di dipinti italiani o, sarebbe meglio dire, le restauratrici, visto che la maggioranza è donna. I dati nel Belpaese infatti parlano chiaro e raccontano di una proporzione di circa 9 a 1. Il 90% dei vincitori dei bandi di accesso a scuole di alta formazione come l’ISCR (Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro di Roma), la scuola dell’Opificio delle Pietre dure di Firenze e la Fondazione Centro Conservazione e Restauro ‘La Venaria Reale’ risultano infatti essere donne.

Un mestiere che, come ci ricorda Maria Grazia Castellano ne “L’arte delle donne: nell’Italia del Novecento”, acquisisce una sua dignità professionale solo dal Settecento in poi e che è stato fino al 900 appannaggio esclusivo degli uomini. L’ingresso delle donne nel mondo del restauro avviene infatti solo nel 1939 con l’istituzione della scuola nel neonato Istituto Centrale per il Restauro, ma bisogna aspettare il 1963, ventun anni dopo, perché il numero delle studentesse superi quello degli uomini.

Questo trend risulta confermato anche da Opera tua, il progetto che Coop Alleanza 3.0 porta avanti insieme a Fondaco Italia, Touring Club e Unesco dal 2017 e ora alle soglie della sua quarta edizione, e che ha l’obiettivo di sostenere il restauro di piccole e grandi opere del territorio italiano, un po’ dimenticate e provate dai segni del tempo ma da riportare al loro antico splendore.

Donna, tra i 30 e i 50 anni, senza distinzione di provenienza geografica: questo sembra essere l’identikit delle professioniste che operano nei laboratori di restauro di tutto lo stivale e che si sono prodigate per ridare nuova vita ai tanti capolavori del territorio italiano tornati a farsi ammirare da cittadini e turisti, da Venezia a Foggia, da Cesena a Bologna e Palermo.

Ma cosa significa essere una donna che lavora come restauratrice nel nostro Paese? Daniela Pirro dell’Officina d’Arte, Conservazione e Restauro “Artistica Pirro” di Foggia, che si è occupata del restauro della Pietà di Paolo De Maio, parla di una vocazione tipicamente femminile in questa professione: “Nelle specie animali la donna porta avanti la memoria e indirizza la genetica con la procreazione. In un certo senso il restauro fa proprio questo: una operazione di archivio e valorizzazione della memoria, portando con sé una questione legata proprio alla donazione alle generazioni future. Penso che in questo la donna sia maggiormente vocata rispetto all’uomo, proprio per questi connotati legati all’impronta materna che ci è propria e che tanto caratterizzano la trasmissione di generazione in generazione. Proprio delle donne in generale, poi, è la capacità di vedere la bellezza celata oltre i primi strati superficiali, di scendere in profondità, di non limitarsi alle apparenze. Essere una donna restauratrice in Italia, oggi, significa per me avere un compito fondamentale, vista la presenza così forte di Beni culturali su tutto il territorio nazionale. Un lavoro che consente infinite capacità di salvataggio, di conservazione, recupero e valorizzazione in una società che predica il dictat dell’usa e getta, tanto sugli oggetti quanto nei valori.”

Amore per l’arte, grande dedizione ad un lavoro impegnativo sia mentalmente che fisicamente, precisione, pazienza: questa è la fotografia di un mestiere come quello della restauratrice che fonda le sue basi però anche su un profondo studio della materia e che non lascia spazio a interventi creativi. Qual è quindi il percorso di studi e professionale che può essere seguito? Alcune di loro sono passate attraverso scuole note a livello nazionale, come Alessia Fasciani della Pantone Restauri di Roma, che si è occupata del dipinto di “San Francesco riceve le stimmate” presso Palazzo D’Accursio a Bologna, la cui esperienza quinquennale presso l’ISCR della Capitale è stata per lei “un grandissimo privilegio e una profonda crescita professionale nonché personale”, oppure Elisabetta Ghittino della Lares di Venezia, restauratrice del gruppo scultoreo della Pietà del Battistero della Basilica di San Marco, che ha iniziato il suo percorso formativo all’Università Cà Foscari con la laurea in Lettere, e lo ha completato presso l’Università internazionale dell’Arte di Venezia. Altre, come Silvia Bondi, che si è occupata del delicato restauro del Codice Malatestiano a Cesena, ha iniziato invece in una cooperativa, la Formula Servizi, con corsi di formazione specifici, per poi partecipare al bando istituito dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, conseguendo la qualifica professionale di restauratore di beni culturali bibliografici e archivistici.

E per citare il nome stesso del progetto di Coop Alleanza 3.0, il processo di restauro è diventato anche un po’ “opera loro”, tra difficoltà e soddisfazioni. La Bondi cerca di descrivere il mix di sentimenti contrastanti che prova durante il suo lavoro: “Tante sono le emozioni che ci accompagnano durante un restauro: l’ansia di lavorare su un bene unico o prezioso, l’adrenalina per poter toccare e sentire il tempo che viene raccontato dal manufatto, lo stupore visto negli occhi della gente che vuole vedere e conoscere il proprio patrimonio rinato dopo il restauro, la soddisfazione nell’avere consegnato altri anni di vita all’opera e constatare che l’unione di tanti può creare un progetto lodevole”. È proprio lo svelamento finale dell’opera alla comunità a cui appartiene e il sapere che possa tornare a goderne che rappresenta il successo più bello in questo lavoro, e la Ghittino aggiunge infatti: “Il giorno che il gruppo scultoreo è stato collocato su di un piedistallo elegante e ben illuminato all’interno del Battistero, il volto della Madonna, proteso sul figlio, visto da quella prospettiva, ci ha sorpreso, trasmettendo tutto il pathos che in parte già sentivamo quando si trovava sul tavolo di lavoro”.

Momenti che fanno dimenticare le difficoltà incontrate e i coups de théâtre che spesso nascondono le opere antiche, che prima di giungere a noi cambiano spesso luogo, destinazione, subiscono interventi più o meno legittimi, affrontano manomissioni. Belinda Giambra, che è intervenuta nel restauro del Pupo palermitano Orlando e della Sirena, ci racconta una di queste piccole disavventure: “Nel 2001, durante il restauro dei dipinti della Cappella degli Scrovegni, sono stata portata in caserma dalla polizia a causa della mia “tuta bianca” simbolo dei rivoltosi del G8 mentre io tentavo di spiegare che stavo lavorando per Giotto! Non è una barzelletta ma indubbiamente è una storia che ha del surreale!”.

Mani di donna che ridanno bellezza ad altre donne: potendo esprimere un desiderio, ci sono probabilmente innumerevoli soggetti femminili, eterei e misteriosi, materici e più o meno noti, di un’opera d’arte che una restauratrice vorrebbe restaurare. Sceglie di sognare con noi Daniela Pirro: “In questi 20 anni di restauri da me condotti, sono numerosi i soggetti femminili su cui sono intervenuta, ogni volta avvertendo una certa carica emotiva, un certo flusso vibrazionale capace di coinvolgermi. La donna a cui più vorrei avvicinarmi è la ieratica eppur umana Annunciata del sommo Antonello da Messina. Una donna magnifica e viva, il cui sguardo - diagonale ma capace di tangerci - rende ognuno di noi angelo messaggero, fino ad avvertire il Soprannaturale nelle pagine appena smosse dal soffio divino. So già che mi emozionerei incredibilmente di fronte a quegli occhi femminili e vividi, avvertirei una certa vertigine nella profondità del blu del manto e leggerei infiniti messaggi nella costruzione rigorosamente geometrica, eppure naturale, che culmina in quella mano destra che si leva verso l’alto, permettendo a chiunque di stabilire un dialogo con una donna immortale, ritratta oltre 500 anni fa”.

E se volessimo dare un consiglio per le nuove generazioni che vogliano intraprendere questo mestiere? La Giambri chiosa: “Il mio consiglio alla nuova generazione che per passione vorrebbe operare in questo campo è indubbiamente uno sprone alla forza morale, all’onestà, alla correttezza, e al rispetto del nostro codice deontologico”.

 

 

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